All’alba rientrammo nel nostro appartamento. In ascensore Matteo mi prese le mani e mi guardò negli occhi: «Beatrice, guardami. Sono davvero io, il tuo Matteo.» Per rassicurarmi citò un dettaglio intimo che conoscevamo soltanto noi due: il momento esatto del nostro primo bacio sul terrazzo della facoltà universitario, quando mi ero vergognata terribilmente per aver mangiato una bruschetta all’aglio prima di incontrarlo.
Tuttavia, mentre uscivamo dall’ascensore, notai un gesto insolito: allungò la mano sinistra per spingere la porta. Matteo era fortemente destro. Cercai di attribuire quel piccolo dettaglio allo stress psicologico di quella notte folle.
L’ombra del gemello: L’impronta sconosciuta e la porta d’ingresso
Alle nove del mattino ricevettai una nuova telefonata dall’ispettore di polizia. Le telecamere di videosorveglianza mostravano l’auto uscire dal garage condominiale alle 22:22 guidata da un uomo con un cappello calato sul volto. Ma il dato informatico rilevato dai registri domotici rivelò una discrepanza sconcertante: la serratura elettronica del nostro appartamento non aveva registrato alcuna uscita di Matteo durante la notte. Risultava presente in casa senza interruzioni.
In quel momento ricordai un altro dettaglio. La sera precedente Matteo mi aveva preparato una tisana calda prima di coricarmi, insistendo affinché la bevessi tutta. Mi ero addormentata in un sonno profondo e anomalo. Inoltre, quando mi ero svegliata per la telefonata, lui indossava un pigiama blu, mentre ricordavo chiaramente che prima di addormentarmi ne indossava uno grigio.
Non appena l’uomo uscì dicendo di doversi recare in ufficio, aprii l’applicazione di gestione della serratura biometrica sul mio smartphone. L’accesso era consentito tramite tre impronte digitali memorizzate:
- La mia impronta principale
- L’impronta di Matteo
- Una terza impronta senza nome, registrata otto mesi prima
Controllando la cronologia degli accessi scoprii che quell’impronta misteriosa aveva aperto la porta di casa nostra per ben quarantasette volte, quasi sempre a notte fonda. E la cosa più angosciante era che, in molte di quelle date, Matteo si trovava già all’interno dell’abitazione insieme a me.
Capii con terrore che il problema non era soltanto l’uomo deceduto nell’incidente, ma la vera identità dell’uomo con cui avevo condiviso il letto e la vita negli ultimi mesi.
La scoperta dell’inganno: scambi e segreti di famiglia
L’ombra del gemello: il mistero delle 3:17 e la doppia vita di mio marito.
Decisa a scoprire la verità, perquisii lo studio di mio marito. Dietro una fila di volumi enciclopedici trovai una cassaforte a muro socchiusa. All’interno vi erano dei documenti ingialliti, estratti conto bancari esteri e un certificato di nascita rilasciato da una clinica privata oramai chiusa.
Leggendo quei fogli la realtà emerse in tutta la sua drammaticità: Matteo aveva un fratello gemello omonimo di fatto, di nome Stefano, di cui la famiglia aveva sempre taciuto l’esistenza. Stefano era stato dato in adozione alla nascita a causa di gravi difficoltà economiche dei genitori, cresciuto poi in contesti problematici e segnato da una vita di espedienti.
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