Un volo che sembrava infinito.
Durante uno dei miei ultimi viaggi in aereo ho vissuto una situazione che, all’inizio, sembrava destinata a trasformarsi in un incubo. Tornavo da una lunga trasferta di lavoro a Milano, dopo giorni pieni di riunioni, aeroporti e notti troppo corte. L’unico desiderio che avevo in quel momento era semplice: sedermi, chiudere gli occhi e dormire per tutta la durata del volo.
Appena salito sull’aereo, mi sistemai al mio posto accanto al finestrino. L’atmosfera era tranquilla, il ronzio dei motori quasi rilassante. Davanti a me sedeva una donna sulla trentina con suo figlio, un bambino di circa sette anni che più tardi avrei scoperto chiamarsi Matteo. La madre, Laura, sembrava gentile e stanca quanto me.
All’inizio non ci feci molto caso. I bambini parlano, fanno domande, si annoiano facilmente. È normale. Matteo cominciò a chiedere alla madre qualsiasi cosa gli passasse per la testa: perché le nuvole erano bianche, quanto mancava all’arrivo, se gli aerei potevano fermarsi a metà strada.
Di solito queste scene mi strappano anche un sorriso. Ma quella volta ero davvero distrutto. Avevo dormito pochissimo la notte prima e il mio cervello chiedeva solo silenzio.
Dopo una decina di minuti provai a chiudere gli occhi. Ma proprio in quel momento sentii il primo colpetto sullo schienale del mio sedile.
All’inizio pensai fosse accidentale.
Poi arrivò il secondo.
E poi il terzo.
I tentativi educati che non funzionavano
I colpetti continuarono, sempre più frequenti. Non erano fortissimi, ma abbastanza da impedirmi di rilassarmi. Ogni volta che stavo per addormentarmi, sentivo tac… tac… tac dietro la schiena.
Mi voltai con calma e sorrisi alla madre.
«Mi scusi, potrebbe chiedere a suo figlio di non colpire il sedile? Sto cercando di dormire.»
Laura annuì subito, imbarazzata.
«Matteo, amore, smettila di muovere i piedi.»
Il bambino smise… per circa trenta secondi.
Poi ricominciò.
Questa volta con ancora più energia.
Passarono altri minuti. Provai di nuovo a riposare, ma i colpi continuarono. A quel punto intervenne anche un’assistente di volo, Giulia, che aveva notato la situazione.
«Tesoro, devi stare fermo così il signore davanti può riposare», disse con un tono gentile.
Matteo fece sì con la testa.
Ma dopo pochi minuti ricominciò tutto.
La madre appariva visibilmente stanca e anche un po’ disperata. Provava a intrattenerlo con un libro, con un gioco sul tablet, con delle caramelle. Niente funzionava davvero.
Io invece sentivo la pazienza diminuire lentamente.
Non volevo litigare, non volevo creare tensioni. Ma sapevo che se non avessi fatto qualcosa, quel volo sarebbe diventato interminabile.
Fu in quel momento che mi venne un’idea.
Un volo che sembrava infinito: La decisione di cambiare approccio
Mi voltai lentamente verso il bambino.
Continua nella pagina successiva. Clicca QUI o qui sotto
