Un impero tecnologico sull’orlo del collasso.
Il monitor centrale lampeggiava senza sosta, illuminando la sala riunioni con una luce rossa intermittente. Ogni secondo che passava segnava una nuova perdita: altri milioni svanivano dai conti aziendali come se non fossero mai esistiti.
Riccardo Venturi, imprenditore di fama internazionale e uno degli uomini più ricchi d’Italia, fissava lo schermo con il volto pallido e le mani tremanti. In meno di mezz’ora, il suo patrimonio personale e quello della sua azienda si stavano sgretolando sotto un attacco informatico senza precedenti.
Attorno al lungo tavolo in vetro sedeva il suo team di esperti di sicurezza informatica: professionisti selezionati tra i migliori del settore, con stipendi a sei cifre e anni di esperienza alle spalle. Eppure, nessuno di loro riusciva a fermare quell’intrusione.
L’attacco era troppo sofisticato, mutevole, quasi vivo. Ogni tentativo di blocco veniva anticipato, aggirato, neutralizzato.
Nel giro di pochi minuti, oltre due miliardi di euro risultavano irrecuperabili. Riccardo afferrò il telefono, pronto a contattare la polizia postale, quando una voce inesperta ma sorprendentemente calma interruppe il silenzio teso della stanza.
«Mi scusi, ingegnere… credo di sapere come fermarlo».
Tutti si voltarono di scatto. Davanti a loro c’era un bambino di circa dieci anni, con scarpe consumate, una felpa sbiadita e un vecchio computer portatile pieno di adesivi colorati stretto al petto. Nessuno riusciva a capire come fosse entrato lì.
Un bambino invisibile agli occhi dei potenti
Il suo nome era Matteo Rinaldi, figlio di Serena Bianchi, la donna delle pulizie che ogni notte lavorava negli uffici del gruppo Venturi. Matteo osservava i monitor con una concentrazione che non lasciava spazio a dubbi: capiva esattamente cosa stava accadendo.
Il responsabile della sicurezza fece un passo avanti per accompagnarlo fuori, ma il bambino parlò di nuovo, con voce ferma:
«È un worm polimorfico che sfrutta un attacco distribuito mascherato. State difendendo il punto sbagliato della rete».
Nella sala calò un silenzio irreale. Nessuno si aspettava che un bambino, per di più figlio di una semplice addetta alle pulizie, potesse comprendere una minaccia che stava mettendo in ginocchio un impero tecnologico.
Riccardo Venturi lo fissò a lungo, poi fece un gesto inatteso:
«Lascialo parlare».
Con movimenti rapidi e precisi, Matteo si avvicinò alla postazione principale e iniziò a digitare. Le sue dita correvano sulla tastiera con una sicurezza impressionante. Linee di codice scorrevano sugli schermi, mentre gli esperti osservavano increduli.
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