Il mistero della notte delle 3:17: Chi dorme al mio fianco?
Un brivido glaciale lungo la schiena, il respiro che si ferma a metà gola e il silenzio tombale di una notte che doveva essere come tante altre. Alle 3:17 del mattino, lo squillo acuto e improvviso del telefono squarciò l’oscurità della mia camera da letto. Sussultai, allungando a tentoni la mano sul comodino per afferrare il cellulare prima che potesse svegliare la casa. Sullo schermo apparve un numero sconosciuto, accompagnato da una dicitura che mi fece subito salire l’ansia: Centrale di Pubblica Sicurezza.
Con le dita ancora intorpidite dal sonno, risposi con un filo di voce. Dall’altra parte del cavo non c’era la voce di un operatore qualsiasi, ma il tono grave, solenne e misurato di un funzionario di polizia. Le parole che pronunciò nei secondi successivi mi trapassarono il petto come una lama affilata. Mi comunicò che mio marito era rimasto coinvolto in un terribile incidente stradale lungo la tangenziale cittadina e che purtroppo era deceduto sul colpo. Mi chiedevano di recarmi d’urgenza presso la struttura ospedaliera centrale per il riconoscimento formale della salma.
La mente rifiutava di elaborare un simile incubo. Mentre ascoltavo il resoconto analitico dell’agente, voltai lentamente la testa verso il lato sinistro del letto. Lì, avvolto nelle lenzuola, riposava serenamente mio marito. Sentivo il suo respiro regolare, lento e profondo, e la sua gamba destra pesava ancora dolcemente sopra la mia, regalandomi un calore familiare che smentiva categoricamente la tragedia appena descritta.
Il mistero della notte: La telefonata che cambiò la mia esistenza
«Signora Beatrice Moretti?» chiese la voce metallica all’altro capo dell’apparecchio, percependo il mio prolungato silenzio.
«Sì… sono io», risposi balbettando, cercando di ritrovare un briciolo di razionalità.
«Qui è l’Ispettorato di Polizia. Abbiamo estrema necessità che lei si presenti in ospedale per identificare suo marito, Matteo Moretti. La sua auto si è schiantata ad alta velocità contro una barriera di protezione in cemento. Purtroppo per il conducente non c’è stato nulla da fare.»
Un senso di vertigine mi assalì violentemente. Ci vollero diversi istanti prima che riuscissi a formulare una frase di senso compiuto. Mio marito era accanto a me, con una mano appoggiata sul cuscino e i capelli arruffati.
«Agente… guardi che vi state sbagliando clamorosamente», dissi tentando di mantenere un tono fermo. «Mio marito è qui. Sta dormendo accanto a me in questo momento.»
Un silenzio denso e inquietante avvolse la conversazione. Sentii soltanto il brusio di sottofondo della centrale operativa. Quando l’agente riprese a parlare, la sua voce era trasformata: non più formale, ma intrisa di un’apprensione quasi drammatica.
Un avvertimento nel buio della camera
Il mistero della notte delle 3:17: Chi dorme al mio fianco?
«Signora Beatrice, mi ascolti con estrema attenzione», disse l’agente abbassando il tono di voce. «Esca immediatamente dalla stanza. Non faccia alcun rumore e non allarmi per nessun motivo l’uomo che si trova accanto a lei. I documenti d’identità rinvenuti sul luogo dell’impatto, le chiavi dell’auto, il portafoglio, il telefono cellulare e persino gli effetti personali recuperati all’interno dell’abitacolo appartengono senza ombra di dubbio a Matteo Moretti.»
Il sangue mi si gelò nelle vene. Mi bloccai sul posto, incapace di muovere anche un solo muscolo. Fu esattamente in quel preciso istante che una voce profonda e impastata dal sonno si sollevò dall’oscurità alle mie spalle.
«Amore… con chi stai parlando a quest’ora della notte? Chi è che dice che sarei morto?»
Matteo si era svegliato. Aveva gli occhi socchiusi e mi guardava con un’espressione tra il confuso e il divertito. Feci uno sforzo immane per ricomporre l’espressione del viso e nascondere il terrore viscerale che mi stava divorando l’anima.
«Nessuno, caro… soltanto una chiamata di cattivo gusto», risposi abbozzando un sorriso forzato. «Un brutto scherzo telefonico di qualcuno che dice che hai avuto un incidente.»
Lui emise una breve risatina, girandosi dall’altra parte. «La gente non sa davvero più come passare il tempo al giorno d’oggi.»
Tirai via delicatamente la coperta con l’intenzione di alzarmi, ma improvvisamente le sue dita si serrarono attorno al mio polso con una presa fermissima, quasi innaturale.
«Dove stai andando?» domandò guardandomi fisso negli occhi.
«Solo… in bagno», bisbigliai cercando di mantenere la calma. Dopo un attimo di esitazione che mi permise di sentire il battito del mio cuore in gola, allentò la presa.
Il mistero della notte: Dubbi laceranti e riscontri inquietanti
Una volta chiusa la porta del bagno a chiave, appoggiai la schiena al legno e scoppiai in un pianto silenzioso. Chiamai io stessa il numero d’emergenza per verificare la veridicità di quanto ascoltato. Non era una truffa. Alle 2:48 precise, un SUV scuro registrato a nome di Matteo Moretti era uscito fuori strada sulla statale. L’uomo rinvenuto al volante aveva con sé la fede nuziale, la carta d’identità, il cellulare e l’orologio di mio marito.
Nel giro di venti minuti, due pattuglie della polizia giunsero sotto la nostra palazzina. Matteo scese ad aprire in vestaglia, mostrando una calma surreale che mi lasciò pietrificata. Consegnò la sua patente con disinvoltura, rispose con estrema precisione a ogni domanda e arrivò persino a fare una battuta con gli agenti, ipotizzando che un abile ladro gli avesse rubato l’auto e i documenti durante la serata.
Decidemmo di recarci insieme all’obitorio dell’ospedale per chiarire definitivamente l’equivoco. Quando il medico legale dispose sul tavolo d’acciaio gli effetti personali recuperati dalla vittima, sentii le gambe cedere.
Riconobbi istantaneamente l’orologio da polso con il cinturino in pelle consunta che gli avevo regalato in occasione del nostro quinto anniversario di matrimonio. Riconobbi il portafoglio di cuoio scuro. E infine scorsi la fede nuziale d’oro giallo: all’interno erano chiaramente incise le nostre iniziali, M e B, insieme alla data delle nostre nozze.
«Un malintenzionato potrebbe avermi rubato tutto», ripeteva Matteo mantenendo una lucida freddezza. «Questo non significa che il corpo che giace su quel tavolo appartenga a me.»
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