Inizialmente Beatrice aveva rifiutato categoricamente, sopraffatta dal sospetto. Ma le insistenze, le finte scuse e la prospettiva di mettere finalmente fine a quel calero quotidiano l’avevano spinta a cedere. Ingenuamente, aveva pensato che forse si era sbagliata sul loro conto e che esisteva un margine di umanità persino in ragazzi tanto viziati. Quando giunse al pontile all’ora concordata, tuttavia, l’atmosfera le apparve subito gelida. Sull’imbarcazione non c’era nessun gruppo di studenti festanti, ma soltanto i due carnefici ad attenderla nell’ombra.
Giustizia in alto mare: La traversata e la maschera che cade
«Gli altri compagni sono bloccati in città, ci raggiungeranno più tardi con un tender. Intanto sali, goditi la brezza», le aveva mentito Lorenzo, aiutandola a salire a bordo con una cortesia fittizia che puzzava di trappola. Per i primi trenta minuti la situazione era sembrata quasi normale: musica di sottofondo, luci soffuse e qualche bicchiere di bibita analcolica offerto con insistenza. Ma non appena il motore aveva spinto lo yacht lontano dalla costa, oltre le boe di segnalazione e fuori dalla vista dei locali sul lungomare, l’atteggiamento dei due era mutato bruscamente.
Il sorriso beffardo di Filippo si era trasformato in una smorfia di pura freddezza sociopatica. Lorenzo aveva estratto da un gavone una robusta cima nautica, mentre Filippo aveva estratto lo smartphone per avviare la registrazione video. «La festa è finita, ragazzina. Ora ti facciamo vedere come si divertono i veri padroni del mondo», aveva sibilato quest’ultimo, afferrandola per le braccia mentre Beatrice iniziava a urlare implorando pietà.
La disperazione tra i flutti e la svolta inattesa
Ogni supplica era risultata vana. Le avevano bloccato le braccia, legato strettamente le caviglie con la corda sintetica e, senza un attimo di esitazione, l’avevano spinta oltre il parapetto, facendola precipitare nelle acque scure e gelide della notte. La sensazione di soffocamento era stata immediata. Legata a poppa, Beatrice veniva trascinata mentre lo scivolo della barca sollevava spruzzi violentissimi. Ogni tentativo di nuotare si scontrava con la forza della trazione e il peso dell’acqua che le riempiva i polmoni.
Mentre Beatrice perdeva conoscenza, inghiottita dal panico e dall’esaurimento delle forze, i due aguzzini ridevano guardando lo schermo del telefono. Ma la fortuna, o forse il destino inflessibile di una giustizia implacabile, aveva deciso diversamente. Poco distante da lì, nascosto nell’oscurità della rada, stazionava un peschereccio d’altura guidato da un esperto marittimo di nome Giovanni, un uomo di cinquant’anni che stava controllando le reti notturne insieme al figlio Marco.
Giustizia in alto mare: L’intervento provvidenziale dei pescatori
Marco aveva notato i fasci di luce anomali dello yacht e le grida soffocate che viaggiavano sull’acqua. Insospettito da quel comportamento anomalo, aveva subito avvisato il padre, puntando il potente faro di ricerca del peschereccio direttamente verso l’imbarcazione dei due giovani benestanti. La luce abbagliante aveva illuminato chiaramente la scena raccapricciante: il corpo immobile di Beatrice legato alla poppa dello yacht che procedeva a velocità ridotta.
Senza perdere un solo secondo, Giovanni aveva manovrato il peschereccio con abilità marinara, tagliando la strada allo yacht di lusso e costringendolo a bloccarsi immediatamente con una manovra d’emergenza. Filippo e Lorenzo avevano tentato di slegare la ragazza in preda al panico più totale non appena si erano resi conto di essere stati scoperti, urlando che si trattava soltanto di uno scherzo goliardico finito male.
Continua nella pagina successiva. Clicca QUI o qui sotto
