Un’Ombra nei Corridoi dell’Ateneo

Un’Ombra nei Corridoi
Curiosità

Un’Ombra nei Corridoi dell’Ateneo.

Mi chiamo Beatrice e avevo ventidue anni quando il mio percorso universitario, fino ad allora lineare e privo di grandi scossoni, incrociò una di quelle ombre capaci di alterare la serenità quotidiana. Frequentavo l’ultimo anno del corso di laurea magistrale e la conclusione dei miei studi rappresentava il coronamento di tanti sacrifici. Tuttavia, l’entusiasmo di quei mesi venne improvvisamente oscurato da una preoccupazione crescente legata a una delle figure accademiche più influenti dell’intero dipartimento.

Il professor Valerio Lombardi aveva una sessantina d’anni, una chioma brizzolata e una postura sempre impeccabile. Era il classico docente capace di esercitare un’autorità naturale e indiscutibile: non aveva mai bisogno di alzare la voce durante le sue lezioni, poiché gli bastava un semplice sguardo rivolto alla platea per far calare un silenzio assoluto in aula. Stimato da colleghi e studenti per la sua erudizione, rappresentava un punto di riferimento fondamentale per chiunque aspirasse a una carriera accademica nel nostro ambito.

Il primo episodio ambiguo si verificò verso la fine di settembre, in una giornata piovosa che rispecchiava perfettamente il clima di tensione che si sarebbe creato da lì a poco. La lezione era appena terminata e gli studenti avevano iniziato a raccogliere appunti e libri per dirigersi verso l’uscita dell’aula magna.

Un’Ombra nei Corridoi: Un Invito Inaspettato e un’Inquieta Richiesta

Mentre stavo riponendo il mio computer nello zaino, la voce austera del docente risuonò nitida sopra il brusio generale: “Beatrice, rimani un attimo per favore.” Mi fermai di colpo, convinta che desiderasse chiarimenti in merito alla prima bozza della mia tesi di laurea o alla mia ultima esercitazione scritto.

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Rimasi ferma accanto al mio banco mentre l’ultimo dei miei compagni sfilava oltre la porta. Il professor Lombardi chiuse con cura i suoi volumi, camminò verso le grandi vetrate che davano sul cortile interno del rettorato e rimase a osservare la pioggia per alcuni secondi interminabili, senza dire una parola.

Quando infine si voltò verso di me, la sua espressione era un misto di rigore e profonda distacco. “Il tuo nome completo è Beatrice Moretti, confermi?” mi domandò con tono formale. Risposi di sì, lasciando trasparire una lieve esitazione. Il suo sguardo si posò su di me con un’intensità quasi analitica, prolungandosi oltre i limiti del consueto garbo professionale.

“Tuo padre è Claudio Moretti?” continuò, con un’increspatura nella voce. Aggrottai le sopracciglia, sorpresa da quel riferimento familiare del tutto fuori contesto. “Sì, esattamente. Come mai me lo chiede?” Per un breve istante, il suo volto tradì un’ombra di turbamento, che tuttavia svanì rapidamente dietro la solita maschera di rigida compostezza. “Non importa. Puoi andare,” concluse congedandomi freddamente.

Il Ripetersi di un Rito Incomprensibile

Un’Ombra nei Corridoi dell’Ateneo.

Nei giorni successivi, quella richiesta apparentemente isolata trasformò la mia routine accademica in una serie di incontri snervanti e carichi di sospetto. Ogni settimana, al termine delle lezioni, la scena si ripeteva in modo quasi liturgico. “Beatrice, ti trattieni un momento?” oppure “Beatrice, avrei bisogno di un chiarimento.”

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I motivi ufficiali erano sempre futili: un dettaglio irrilevante su una nota a piè di pagina, una bibliografia da integrare o semplici domande di routine sul prosieguo dei miei studi. Tuttavia, la frequenza di quei colloqui a porte chiuse iniziò a generare pettegolezzi tra gli altri studenti. Una sera, mentre prendevamo un caffè al bar del campus, la mia compagna di studi Giulia fece una battuta leggera: “Quell’uomo ha decisamente un occhio di riguardo per te, Beatrice. Stai attenta, sembra quasi un’ossessione.”

Sebbene Giulia stesse scherzando, le sue parole non fecero altro che amplificare la mia ansia. Non c’era mai stato alcun comportamento esplicitamente scorretto o inopportuno da parte del professor Lombardi, ma la costante pressione psicologica e la sensazione di essere costantemente sotto un’attenta osservazione stavano minando la mia tranquillità emotiva.

Passai intere notti a interrogarmi sul motivo per cui il nome di mio padre avesse suscitato una reazione così particolare nel docente. Mio padre Claudio era un uomo semplice, un geometra in pensione che aveva lavorato per tutta la vita in provincia e non aveva mai avuto alcun legame con il mondo universitario o con ambienti accademici.

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