La sgradita sorpresa alla porta di casa.
«Mia madre verrà a vivere da te. Le ho già dato le chiavi», dichiarò il marito, senza immaginare quale risposta avrebbe ricevuto. «Domani andrai a vivere da mia madre. Le ho già dato le chiavi del tuo appartamento», disse Filippo con un tono così tranquillo, come se stesse semplicemente parlando del tempo fuori dalla finestra. Marta posò lentamente sul pavimento dell’ingresso la borsa della spesa. Il sacchetto con le arance si inclinò, due frutti rotolarono fuori e urtarono piano contro il battiscopa. Guardò suo marito e, per un istante, non riuscì a capire se stesse scherzando oppure se parlasse sul serio. Fuori pioveva una pioggerellina grigia d’ottobre.
Nell’appartamento si sentiva ancora il profumo fresco della ristrutturazione che aveva terminato negli ultimi otto mesi. Con le sue mani. Con i suoi soldi. In quell’appartamento che le aveva lasciato in eredità la defunta zia Matilde, l’unica persona al mondo che l’avesse amata davvero e protetta durante la giovinezza. «Ripeti, per favore», disse Marta a bassa voce, stringendo i pugni lungo i fianchi. «Credo di non aver capito bene le tue intenzioni.»
La sgradita sorpresa alla porta di casa.
Filippo alzò lo sguardo dallo schermo del telefono e la fissò con una leggera irritazione, proprio come si guarda uno studente distratto che interrompe un passatempo. «Che cosa c’è di così difficile da capire, Marghy?», domandò allargando le braccia con fare teatrale. «Mia madre vive da sola in quel piccolo bilocale umido alla periferia di Bologna. E qui, invece, tu hai questo enorme appartamento luminoso praticamente vuoto. Due camere da letto, un salone immenso e una cucina spaziosa. Ci ho pensato a lungo e ho deciso che mia madre verrà a stabilirsi qui da noi. Così potrà occuparsi della casa e preparare i pasti, visto che tu non hai mai tempo a sufficienza a causa del tuo lavoro in ufficio. Noi due, poi, in qualche modo ce la caveremo senza problemi.»
La freddezza di una decisione unilaterale e i sacrifici ignorati
Marta sentì la punta delle dita diventare improvvisamente gelida, mentre un brivido le percorreva la schiena. Si chinò lentamente, raccolse le arance che erano rotolate sul pavimento lucido e le rimise con cura maniacale dentro il sacchetto di carta. Quel semplice gesto meccanico le regalò qualche secondo prezioso per evitare di urlare la prima frase rabbiosa che le era balenata in mente. «Filippo», disse rialzandosi con un contegno glaciale.
«Vorrei ricordarti che questo appartamento è unicamente mio. Me l’ha intestato mia zia Matilde con testamento autenticato. Hai lontanamente idea di quanti sacrifici economici e di quanto sudore io abbia investito negli ultimi otto mesi per rimetterlo a nuovo?» Lui sbuffò rumorosamente, scuotendo la testa con sufficienza e tornando a fissare lo smartphone. «Ma insomma, smettila con questo disco rotto! Siamo marito e moglie, no? Che differenza fa a chi appartiene legalmente l’immobile? Ormai è tutto di entrambi in comunione spirituale. E poi a mia mamma questo posto piace moltissimo. Ha già scelto la camera da letto più grande, quella con la vista sul parco e il balcone soleggiato.»
La sgradita sorpresa alla porta di casa.
Ecco la verità nuda e cruda: sua suocera era già stata lì all’insaputa di tutti. Aveva camminato liberamente per le stanze dell’appartamento di Marta, aveva aperto gli armadi, toccato le sue cose personali e scelto la stanza che preferiva per trasferirsi comodamente. E Marta era stata l’ultima a essere informata, trattata come un’estranea o un’ospite indesiderata nella sua stessa casa. Erano sposati da tre anni esatti, e in tutto quel tempo Marta aveva cercato in ogni modo di essere una moglie comprensiva, affettuosa e accondiscendente.
Aveva accettato in silenzio che Filippo non contribuisse con un solo euro alla ristrutturazione straordinaria. Lui si limitava a pagare saltuariamente la bolletta del telefono o a fare qualche spesa minore, giustificandosi con presunte «spese aziendali urgenti». Marta aveva tollerato persino le sue infinite ore trascorse davanti alla console dei videogiochi, mentre lei, dopo una giornata faticosa, scrostava la vecchia carta da parati e trasportava pesanti sacchi di calcinacci per rifare gli impianti.
La goccia che fa traboccare il vaso e la fuga strategica
Quella sera stessa, mentre Filippo russava beatamente sul divano dopo l’ennesima partita online, Marta rimase sveglia a fissare il soffitto imbiancato di fresco. Nella sua mente scorrevano come un film tutte le umiliazioni subite in silenzio. La suocera, signora Giovanna, era sempre stata una donna autoritaria e manipolatrice, convinta che il figlio fosse un piccolo principe meritevole di attenzioni regali. L’idea di trasformare la casa ereditata da zia Matilde in una dependance per la suocera rappresentava il punto di non ritorno.
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