La notte in cui rientrai e capii che la mia vita era cambiata per sempre.
La sera precedente al matrimonio di mia cognata, che si sarebbe dovuto celebrare su una spiaggia dorata della Sardegna, avrebbe dovuto essere tranquilla. Un’ultima cena in riva al mare, qualche risata forzata, i brindisi di rito e quella sensazione di sospensione tipica delle grandi occasioni. Invece, quella notte, nulla seguì il copione previsto.
Mio marito, Riccardo Moretti, era immobile al centro della stanza dell’hotel di Cagliari, con il telefono stretto in mano. Non lo guardava come si guarda uno schermo, ma come si fissa qualcosa che può distruggerti.
«Devi tornare a Milano. Subito», disse senza preamboli.
All’inizio pensai stesse scherzando. Risi nervosamente. «Riccardo, ma che dici? Il matrimonio è domani mattina.»
Non ricambiò il sorriso. Il suo volto era pallido, tirato, privo di quella calma che lo aveva sempre contraddistinto. «Non ho tempo per spiegare. Prenota il primo volo disponibile. Ora.»
Sentii lo stomaco chiudersi. «Riccardo, fermati. Dimmi cosa sta succedendo.»
Mi raggiunse in pochi passi e mi prese le mani. Erano fredde. «Ti prego», mormorò, «fidati di me. Non parlare con nessuno alla reception. Non chiamare nessuno, tranne me. Vai direttamente in aeroporto.»
«E tu?» chiesi. «Vienimi dietro.»
Scosse la testa lentamente. «Io devo restare. Se me ne vado, la situazione peggiora.»
Quella parola — peggiora — mi si conficcò nel petto come un chiodo.
La notte in cui rientrai: Una parola che cambiò tutto: “peggiora”
«Peggiora per chi?» chiesi con un filo di voce.
Riccardo abbassò lo sguardo, poi lo rialzò lentamente. «Per tua madre», disse. «E per te.»
Sentii il sangue gelarsi. Mia madre, Teresa Rinaldi, era rimasta a Milano per occuparsi di casa, del gatto, delle piante sul balcone. L’idea che potesse esserle successo qualcosa mentre noi eravamo lontani, immersi in un’apparente spensieratezza, mi fece mancare l’aria.
Riccardo mi infilò in mano il passaporto, il portafoglio e il caricatore del telefono. «Vai», disse. «Adesso.»
Avrei voluto oppormi, pretendere spiegazioni, ma conoscevo mio marito. Non era un uomo che si lasciava prendere dal panico. Se stava reagendo così, significava che aveva visto qualcosa di grave.
Presi un volo notturno con scalo. Le ore passarono lente, confuse. Riccardo mi scrisse un solo messaggio:
“Vai dritta a casa. Se noti qualcosa di strano, non entrare.”
Quando atterrai a Milano, l’alba stava colorando il cielo di arancio e rosa. Tutto sembrava normale, quasi rassicurante. Noleggiai un’auto e guidai verso casa in automatico, come se il corpo si muovesse senza il consenso della mente.
Arrivai nel nostro quartiere poco dopo le otto. La strada era silenziosa, ordinata. Troppo ordinaria.
Poi imboccai il vialetto di casa.
E il respiro mi si spezzò.
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