La donna, invece, non distoglieva lo sguardo da mio figlio. Lo osservava come si guarda qualcosa di prezioso, fragile.
Si presentarono. Lui disse di chiamarsi Giuliano. Lei Beatrice.
Ma quei nomi non spiegavano nulla.
Giuliano mi fissava con un’intensità che mi metteva a disagio. Non era semplice riconoscenza. Sembrava stesse cercando di memorizzare ogni dettaglio del mio volto. Beatrice, al contrario, emanava una dolcezza che faceva male.
Quando il bambino si agitò di nuovo, Beatrice sollevò le mani, chiedendo il permesso senza parole.
Esitai. La fiducia, per me, era diventata un lusso.
Poi annuii.
Una ninna nanna, il sospetto e una notte insonne
Beatrice prese mio figlio con una naturalezza disarmante. Come se lo avesse fatto per tutta la vita. Iniziò a canticchiare una melodia antica, calma. Il pianto cessò quasi subito.
Quel silenzio improvviso mi colpì allo stomaco.
Raccontarono che la loro auto si era fermata più in alto, sulla strada di montagna. Avevano camminato finché non avevano visto la luce del portico. La storia aveva senso. Eppure qualcosa non tornava.
Le mani di Giuliano erano curate, lisce. Le scarpe, sebbene rovinate dalla neve, erano di qualità. Anche la sciarpa di Beatrice era di seta sottile.
Decisi comunque di ospitarli. Dissi che avrebbero dormito nella stanza degli ospiti. Io mi sarei sistemato sul divano.
— Nessuno passa la notte al gelo — dissi, senza possibilità di replica.
Quella notte dormii poco. Ascoltavo ogni rumore della baita. A un certo punto sentii dei passi. Lenti. Si fermarono vicino al camino. Finsi di dormire.
Giuliano rimase lì. Immobile.
Poi udii un suono soffocato, come un singhiozzo trattenuto.
E tornò nella stanza.
La notte della vigilia: I giorni bloccati dalla neve e la verità che emerge
La tempesta durò giorni. La strada restò impraticabile. Giuliano e Beatrice divennero parte della mia routine.
Beatrice aiutava con il bambino con una sicurezza che mi commuoveva. Giuliano cercava di rendersi utile, spaccando legna con poca esperienza ma grande determinazione.
Di notte, Beatrice raccontava storie sussurrate. Parlava di casa, di coraggio, di seconde possibilità. Pronunciava il nome di Elena con un rispetto che mi stringeva il petto.
Alla quarta notte, non resistetti più.
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