Il teppista del carcere che derideva un vecchio… senza sapere chi fosse davvero.
L’odore di ferro arrugginito e umidità impregnava ogni angolo del reparto carcerario. L’aria era densa, quasi solida, tanto che respirare sembrava un atto di coraggio. I detenuti si muovevano come ombre stanche, pronte a difendersi o ad attaccare per istinto. In quell’ambiente dove la paura era la moneta più preziosa, ogni nuovo arrivo rappresentava un’occasione per stabilire gerarchie.
Una mattina, nella cella numero 17, venne condotto un nuovo prigioniero. Un uomo anziano, dai capelli bianchi e il volto segnato dal tempo. Camminava lentamente, con lo sguardo basso, come chi non ha più nulla da perdere. Si chiamava Giulio Parini, sessantacinque anni, condannato all’ergastolo per omicidio aggravato. Ma dietro quell’apparenza fragile si celava un mistero che nessuno avrebbe immaginato.
I sette uomini della cella lo osservarono in silenzio. Per loro, era solo un vecchio debole, facile da sottomettere. Tuttavia, i suoi occhi – freddi, lucidi, impenetrabili – facevano intuire che c’era qualcosa di pericoloso sotto quella calma apparente.
Il nuovo arrivato e il re della cella
Il leader indiscusso della cella era Marco “Lo Scarafaggio” Ferri, un venticinquenne dal fisico asciutto e lo sguardo arrogante. Sul collo portava tatuaggi come trofei di battaglie vinte, e controllava tutto: le brande, il cibo, perfino il tono delle conversazioni. Era rispettato per paura, non per carisma.
Appena vide Giulio, rise tra sé. “Ehi, nonno!” lo chiamò, con la voce impastata di disprezzo. “Benvenuto nel mio regno. Qui ci sono delle regole: il nuovo serve gli altri. Hai capito?”
Giulio posò con calma la ciotola sul tavolo. “Le regole,” disse pacato, “a volte possono cambiare.”
Marco lo spinse con la spalla. “Qui le mie regole non cambiano mai, vecchio!”
Il nuovo arrivato non reagì. Si sedette sulla branda inferiore, chiuse gli occhi e restò immobile. Gli altri risero. Per loro, era un segno di debolezza. Nessuno sapeva che quello era solo l’inizio di qualcosa che avrebbe cambiato l’intera cella.
Il teppista del carcere: La prima provocazione
Il giorno seguente, Marco decise di divertirsi. Mentre Giulio stava mangiando, gli rovesciò addosso una scodella di pappa bollente. Il vapore gli avvolse il viso, ma il vecchio non mosse un muscolo.
“Che c’è, sei di pietra?” lo schernì il teppista. “Vuoi che ti svegli un po’ io?”
Giulio sollevò lo sguardo, calmo ma tagliente. “Non toccarmi, ragazzo.”
Marco rise, afferrandolo per il collo. “Mi stai minacciando, nonno?”
Gli occhi del vecchio brillarono per un istante. “Sto solo avvisando.”
La risposta fu come una lama invisibile. Marco reagì d’istinto e lo colpì in faccia. Il sangue scese lentamente dalla guancia del vecchio, che si limitò a guardarlo. Poi, con voce quasi solenne, sussurrò: “Bene… ora è cominciato.”
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