«Cosa è successo?» chiesi, sinceramente curioso.
Lei rise amaramente. «È successo mio marito. Mi ha lasciata per un’altra donna, e con lei è arrivato anche un figlio: mi sono ritrovata senza casa, senza soldi, senza voglia di ricominciare.»
«Mi dispiace», mormorai.
«Non serve la compassione», disse con una calma disarmante. «La vita non è mai come la immaginiamo. Ma non voglio farmi definire da ciò che ho perso.»
Quelle parole mi colpirono più di quanto volessi ammettere. Anch’io vivevo nel rimpianto, anche se cercavo di nasconderlo dietro la mia ricchezza. Forse era per questo che mi sentivo attratto da lei: nei suoi occhi riconoscevo la mia stessa solitudine.
Col passare delle settimane, Sara diventò parte della mia routine. Il garage, un tempo freddo e silenzioso, era ora un luogo vivo. Aveva appeso dei disegni alle pareti, preparava il caffè ogni mattina, e a volte la sentivo canticchiare. Era come se, lentamente, la mia casa stesse riacquistando un’anima.
La scoperta che cambiò tutto
Un pomeriggio, avevo fretta di prendere una pompa per gonfiare le gomme di una delle mie auto. Entrai nel garage senza bussare, convinto che Sara non ci fosse. Ma quello che vidi mi gelò il sangue.
Il pavimento era ricoperto di tele. Decine di dipinti, tutti raffiguranti me.
Non erano ritratti normali: erano inquietanti, distorti, pieni di ombre e dolore. In uno avevo catene al collo, in un altro il volto sfigurato. In un angolo, una tela mostrava la mia immagine stesa in una bara.
Rimasi immobile, con il fiato corto. Era così che mi vedeva? Dopo tutto quello che avevo fatto per lei?
Uscìi senza fare rumore, sconvolto. Quella notte non dormii. Ogni volta che chiudevo gli occhi, vedevo quei quadri orribili. Quando il giorno dopo ci trovammo a cena, non riuscii più a fingere.
«Sara», dissi con voce tesa, «che cosa significano quei dipinti?»
Lei impallidì. «Li hai visti?»
«Sì. Mi hai ritratto come un mostro. Perché?»
Rimase in silenzio a lungo, poi sussurrò: «Non erano su di te. Erano su di me. Ogni volta che dipingevo te, in realtà cercavo di liberarmi da qualcosa dentro di me.»
Ma non riuscivo a crederle. La rabbia prese il sopravvento.
«Penso sia meglio che tu te ne vada», dissi freddamente.
«Ti prego, Alessandro… non intendevo ferirti», implorò.
«È finita, Sara.»
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