Due mesi dopo il divorzio, l’incontro che non avrei mai voluto fare.
Non avrei mai pensato che due mesi potessero cambiare così profondamente la percezione di una persona. Eppure, quando vidi Laura in quel corridoio d’ospedale, capii che il tempo non aveva affatto cancellato ciò che eravamo stati. Il nostro matrimonio era finito da poco, e dentro di me stavo ancora cercando di convincermi che la scelta fosse stata giusta. All’inizio della nostra storia, ero innamorato come non lo ero mai stato di nessuna donna. Laura era tutto ciò che desideravo: intelligente, riservata, con una dolcezza che non aveva bisogno di essere ostentata.
Cinque anni di matrimonio, però, avevano lentamente spento quel fuoco. Non c’erano tradimenti, urla o colpi di scena. Solo una distanza silenziosa, fatta di cene consumate in silenzio e sguardi evitati. Eravamo diventati due estranei che condividevano lo stesso tetto. Lo sapevamo entrambi, ma nessuno dei due aveva il coraggio di dirlo ad alta voce.
La sera in cui pronunciai la parola “divorzio”, lo feci con un nodo in gola. Laura mi guardò a lungo, senza rabbia, senza lacrime. Si alzò, preparò una valigia e se ne andò con una dignità che ancora oggi mi fa sentire piccolo. Il divorzio fu rapido, civile, quasi impersonale. Pensavo che quello sarebbe stato l’ultimo capitolo della nostra storia.
Mi sbagliavo.
Due mesi dopo il divorzio: Un corridoio d’ospedale e una presenza che fa male
Quel giorno ero in ospedale per una visita di controllo. Nulla di grave, solo esami di routine. Camminavo distrattamente nel corridoio del reparto di medicina interna quando la vidi. Laura era seduta su una sedia di plastica, le mani intrecciate in grembo, lo sguardo perso nel vuoto. All’inizio pensai fosse solo una somiglianza, un brutto scherzo della mente. Ma avvicinandomi, ogni dubbio svanì.
Era più magra, il viso pallido, i capelli raccolti in modo disordinato. Non c’era nessuno con lei. Nessuna borsa, nessun cellulare in mano. Solo silenzio. Per un attimo pensai di andarmene, di fingere di non averla vista. Non sapevo se fosse giusto invadere di nuovo il suo spazio, dopo tutto quello che era successo.
Mentre esitavo, Laura alzò lo sguardo e i nostri occhi si incontrarono. Non c’era sorpresa nel suo volto, solo una stanchezza profonda. Mi avvicinai lentamente e la salutai con un filo di voce. Lei accennò un sorriso appena percettibile, come se sorridere le costasse uno sforzo enorme.
Parlammo delle solite cose, frasi di circostanza, finché non notai il braccialetto medico al suo polso. Le chiesi cosa ci facesse lì. Laura abbassò lo sguardo, poi sospirò.
“Non è niente di grave… almeno così dicono”, mormorò.
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